Non se ne esce

Sul rendiconto 2017, Valori.Al e altro…

Al netto di un’opposizione frammentata e divisa sia sull’approccio generale che sulle soluzioni da proporre, occorre fare chiarezza su alcune questioni. E’ passato il primo anno di amministrazione e qualche considerazione si deve iniziare a fare.

Venerdì scorso in Consiglio comunale, la relazione iniziale dell’Assessore Lumiera e l’intervento equilibrato di Vittoria Oneto, pres. Commissione bilancio, avevano messo la discussione sul rendiconto 2017 del Comune di Alessandria sul binario giusto, ponendo l’attenzione sulla crescita delle spese correnti, sul risultato negativo della gestione corrente, sulla carenza di dati relativa alla lettura delle entrate (da dove arriva il delta negativo sugli accertamenti e sulle riscossioni?), e una serie di altri indicatori da tenere sotto controllo, con le giuste sottolineature agli aspetti nettamente migliorati dal 2012 ad oggi. La discussione è poi degenerata, purtroppo.

Per capire il momento che stiamo vivendo occorre contestualizzare, come sempre. Dal 2009 il centrosinistra ha scelto di caratterizzarsi in Alessandria sulla linea della sostenibilità delle scelte amministrative, che non significa aver sposato l’austerity, significa aver capito che un Comune non legifera e non può essere paragonato allo Stato. In Comune ogni passo deve essere misurato, la difficoltà nel governare un Comune sta proprio in questo aspetto, e se si nota una tendenza allo squilibrio dei conti bisogna intervenire subito, se no alla fine i danni li pagano sempre i cittadini. Non lo capì il centrodestra e finì come sappiamo. Non deve più succedere. Per questa ragione da un anno quando si parla di bilancio in Consiglio comunale offriamo la nostra disponibilità per discutere le scelte e dove possibile condividere obiettivi. Alla maggioranza non sembra interessare questo approccio e noi non la viviamo da amanti traditi, semplicemente ci preoccupa il fatto di vedere crollare il percorso avviato nel quinquennio 2012 2017 e che ha permesso la graduale ripresa degli investimenti. Temiamo che il nervosismo della Giunta sia il sintomo della mancanza di forza nell’affrontare serenamente questo dibattito. Non sappiamo se per sensi di colpa o per una debolezza politica di fondo. Del resto la maggioranza si è già divisa su un concetto, abbassare le tasse. Lo hanno detto in campagna elettorale, oggi si rendono conto di averle sparate grosse e si sentono nella terra di nessuno, come sulle ricette da offrire al Consiglio comunale per continuare il percorso di risanamento e riorganizzazione dell’Ente.

Alcune scivolate della maggioranza sono sorprendenti, tipo sulla questione Valori.Al.

Dunque, sulla vicenda di Valori.Al (cartolarizzazioni immobiliari) il centrodestralega dovrebbe solo tacere. E invece arriva a dire che è una grana lasciata dal centrosinistra. La Giunta la può raccontare a qualche giovane e inesperto consigliere, non a noi.

Valori.Al nasce nel 2008 con un voto favorevole in Consiglio espresso dall’attuale Sindaco e dai consiglieri Lega Centrodestra, allora e oggi in maggioranza. Attenzione, era il 2008, e la crisi, la bolla finanziaria era già ampiamente scoppiata, le banche suggerivano già alle filiali locali di evitare altre operazioni di cartolarizzazione. Niente. L’Assessore Vandone va avanti, le banche coinvolte nella prima operazione (Svial) gli dicono no, lui trova Banca popolare di Novara, banca in cui operavano e operano alcuni protagonisti attuali delle vicende del Comune. Furono commessi reati? No. Costruirono le basi per un’azione discutibile? Sì. L’attuale Sindaco è stato protagonista di quella vicenda? Secondo me no, l’ha subita, ma l’ha votata in Consiglio e oggi avrebbe il dovere di zittire i suoi falchi. Anche questo significa essere leader, guadagnarsi la stima di tutti. Ma questo non avviene, si lascia lo spazio per gli applausi in Consiglio comunale su balle colossali, tipo quella secondo la quale l’amministrazione Rossa avrebbe lasciato un buco nei conti proprio su Valori.Al. Falsissimo. A bilancio lasciammo le risorse per il piano di rientro dal debito contratto con le banche (nel 2005 e nel 2008), piano di rientro che non convinceva in termini di legittimità degli atti il Collegio dei Revisori. Si espresse pure la Corte dei Conti con un parere contrastante. Stop. Ma quelle risorse nelle disponibilità di bilancio rimasero. La novità fu, all’inizio dell’amministrazione Cuttica, la richiesta di rientro al Comune formulata da Banca Popolare di Novara non più attraverso l’accollo di debito ma attraverso il pagamento secco delle garanzie fideiussorie al tempo contratte. Risorse che il Comune aveva sotto altra partita contabile. Noi non abbiamo mai omesso nulla e non abbiamo nessuna responsabilità sulla nascita di Valori.Al.
Qui avevo già riassunto la vicenda http://www.giorgioabonante.it/blog/per-una-lettura-critica-delle-cartolarizzazioni-alessandrine-le-vicende-svial-e-valorial.html
Più che altro oggi sarebbe il caso di capire che fine ha fatto il piano industriale di Amag con l’ipotesi di investire anche sull’immobiliare, per rimanere sulla materia coerente alla missione di Valori.Al.
Ci interessa riportare la discussione su come continuare il percorso di guarigione del Comune di Alessandria in relazione al presente e al futuro della situazione socio economica alessandrina, null’altro.
Ma il Consiglio comunale esce malissimo dalla serata di venerdì, con una maggioranza molto nervosa e con un “noi” all’opposizione ancora tutto da definire.

Per un polo di innovazione culturale e digitale (di Vittoria Oneto)

Vittoria Oneto è stata Assessore alla Cultura del Comune di Alessandria, attualmente membro del Gruppo PD in Consiglio comunale. Lavora nell’ambito dei servizi culturali.

Quando il 18 marzo 2016 il Ministro Franceschini fece visita alla Cittadella di Alessandria, gli consegnammo come Amministrazione comunale una lettera nella quale sottolineando le potenzialità della fortezza, ipotizzammo la creazione di un polo digitale dedicato alla conservazione e valorizzazione dei Beni culturali.
Un mese dopo circa la Cittadella ottenne 25 ml di € dal Governo e si aprì una fase nuova di reale prospettiva.
Oggi ripartendo da quella prima idea pensiamo che si possa creare in Cittadella un centro studio e ricerca dedicato ad Umberto Eco.
Iniziando con l’acquisizione del suo patrimonio librario si potrebbe avviare un progetto che porti alla realizzazione di una biblioteca-archivio-centro di ricerca che non si limiti a raccogliere tale patrimonio ma che funga da leitmotiv per la progettazione di un vero e proprio POLO DELLA DIGITALIZZAZIONE in collaborazione con la Regione Piemonte, il CNR, il Politecnico, l’Università del Piemonte Orientale, le Fondazioni Bancarie, le Associazioni e Istituzioni che si occupano di salvaguardia e valorizzazione dei Beni
culturali.
Un Polo che qualifichi la Cittadella e che ambisca a diventare riferimento nazionale e internazionale per la ricerca e l’applicazione di nuove tecnologie per la salvaguardia e il restauro dei beni archivistici ma anche beni culturali e architettonici, per sperimentare e realizzare idee creative, per ospitare biblioteche e archivi scientifici per favorire le start-up di giovani, accogliere spin-off dell’Università.
La fruizione dei servizi culturali attraverso le nuove tecnologie è un ambito che sta offrendo nuove opportunità di lavoro e possibilità di sviluppo per i territori.
Come?
Ci sono i 25 milioni €, una piccola parte di questi potrebbero essere utilizzati per il recupero funzionale di una delle caserme della Cittadella e con una parte dei fondi POR-FSR sull’innovazione si potrebbe avviare il progetto con il coinvolgimento di altri sostenitori sia pubblici che privati e ricercando altri finanziamenti europei.
Ci sarebbe anche un’altra proposta interessante che si legherebbe a questo progetto e che fu avanzata l’anno scorso da Danco Singer, storico amico e compagno di lavoro di Umberto Eco: la realizzazione di un Museo multimediale della storia del mondo che aveva visto proprio la sua collaborazione nella prima stesura.
Non si può derubricare con un semplice “non abbiamo i soldi” la possibilità di acquisire la biblioteca di Umberto Eco. Nessuno pensa che le risorse vadano ricercate nel bilancio del Comune, ci sono altri strumenti altre possibilità. Crediamo si debba tentare un ragionamento, crediamo che la città debba farsi sentire, debba proporre e come sa fare nelle occasioni importanti stringersi attorno ad un obiettivo comune.
Si tratta di studiare, a breve, con gruppi di esperti, istituzionali e non, quali possano essere le strade che la tecnologia digitale offre oggi ad Alessandria con le risorse messe a disposizione dai fondi Por Fesr, Cipe e Periferie, dalla Cittadella a Marengo per determinare una prospettiva di sviluppo sostenibile.

Per un sistema città – università che sappia distinguersi

Positiva la serata organizzata da Il Piccolo a Palazzo Monferrato sul rapporto Città – Università. Un evento che ha rimesso al centro del dibattito locale uno degli argomenti più importanti su cui costruire una speranza per il futuro di Alessandria. Proviamo a continuare la discussione parlando in modo franco, esprimo il mio punto di vista in modo molto sintetico.

Lo scenario. Avanti di questo passo rischiamo, ad Alessandria, di vedere un progressivo indebolimento dell’Università del Piemonte Orientale, sulla scia della strategia dello sdoppiamento e scambio dei corsi tra i poli Vercelli/Novara e Alessandria (la scusa della necessità dello sdoppiamento per coprire l’assenza di trasporti non sta in piedi). Al Politecnico di Torino resistono i laboratori di ricerca ma da tempo non c’è più la didattica. Le vocazioni alessandrine spendibili nell’immediato ruotano attorno a pochi poli produttivi e pubblici, pochi ma forti. Abbiamo un ospedale di riferimento regionale, un infantile di livello indiscutibile e aziende di profilo internazionale nel settore chimica-plastica. Beni culturali (e industriali) di valore materiale e immateriale come Marengo, Cittadella e Borsalino. Vocazioni nuove come il Settore Protezione Civile che ha intelligenze locali invidiate in tutto il mondo. Incerta la strategia dei rapporti territoriali, da migliorare la rete dei collegamenti ferroviari, qualche speranza sulla ripresa della logistica.

Cosa sta emergendo. Cresce l’interesse per la connessione fra le realtà ospedaliere e la presenza universitaria, unitamente alla possibilità di coltivare il sogno di istituire un IRCCS (forse meglio su ricerca e patologie legate ai problemi ambientali, amianto e non solo). Un asse territoriale che vedrebbe Casale e Alessandria legate da un destino comune di studio, ricerca, cura e sviluppo locale. Si sta animando un dibattito affascinante che, tuttavia, prima di arrivare alle decisioni pubbliche avrebbe bisogno di un interesse diffuso atto a chiarire il rapporto costi/benefici di questi ipotetici assi di sviluppo, i rischi, le opportunità in gioco, gli obiettivi territoriali che le città coinvolte si vogliono dare. Il terreno sembra fertile e attrae certamente la prospettiva di un corso di laurea di medicina. Oggi chi ha responsabilità di Governo, dirette o indirette, deve conoscere in modo preciso la ragione per la quale si punta su un percorso di 6 anni che potrebbe essere la replica di realtà più strutturate. Potenziare il corso per infermieri (aggiungendo infermieristica pediatrica?), portare aspiranti fisioterapisti in una città che vanta la presenza del Borsalino, portare più specializzandi nella struttura ospedaliera, sono obiettivi meno ambiziosi? A meno che non si dimostri che proprio lo sdoppiamento di Medicina sia la strada migliore per portare ad Alessandria anche corsi unici, specialistici.

Diversificare. Valutare qualche novità sull’agroalimentare in collaborazione con il DISIT, creare corsi interdipartimentali sulle discipline legate alla protezione civile, alla logistica, ragionare con DISIT e Politecnico (il Poli ha un nuovo Rettore che conosce Alessandria, sarebbe il caso di riallacciare i rapporti) su come rilanciare ricerca e didattica su nuovi materiali e chimica verde. Se l’obiettivo è portare ad Alessandria studenti e intelligenze occorre investire sulla specializzazione. Il rischio, rimanendo nel modello generalista, è offrire corsi a giovani della zona, rimanendo chiusi tra i nostri confini.

Detto questo, alla base di tutto sta il ragionamento sulla direttrice strategica che Alessandria vuole prendere; per svilupparla la città ha bisogno di luoghi, sedi, soggetti formali e informali che discutano di prospettiva. In questo i docenti universitari, i dipartimenti, gli studenti possono e devono essere sia attori dello sviluppo che parti del sistema di ideazione della strategia di sviluppo di Alessandria, anche sulle specificità territoriali che riguardano Cittadella, ex Ospedale militare, Marengo, i fondi Fesr e Periferie, lo sviluppo dei trasporti tra Asti, Alessandria, Casale, Vercelli e Novara, la riqualificazione e ricollocazione delle funzioni urbane negli atti di programmazione.

La città che sa distinguersi, che elabora un percorso originale e autentico, passa anche da un sistema universitario strutturato per distinguersi. La campagna elettorale per il Rettorato dell’UPO è un momento da sfruttare. Senza illudersi che qualcuno abbia voglia di offrire qualcosa gratuitamente ad Alessandria, men che meno il polo trainante novarese con il quale è giusto scendere a patti ma battendosi per un disegno nostro.

 

 

Gli errori del Ministero dell’Interno sul modello di accoglienza

scritto con Renzo Sacco (operatore sociale)

In queste settimane le Prefetture stanno predisponendo e pubblicando le gare d’appalto per la scelta dei gestori dei centri di primo soccorso e accoglienza temporanea degli stranieri richiedenti asilo. Primo passo fondamentale che determina il modello di accoglienza sui territori sulla base di indicazioni fornite dal Ministero alle quali le Prefetture devono adeguarsi. Sono proprio queste indicazioni a lasciarci alquanto perplessi e che intendiamo discutere pubblicamente. Nell’allegato che definisce le specifiche tecniche richieste ai gestori la struttura che ospita poche unità deve avere la stessa dotazione di personale prevista per chi ne ospita molti di più, per intenderci: gli scaglioni individuati obbligano chi ospita 5 persone ad avere la stessa dotazione di personale di chi ne ospita 50, chi 51 ad avere una struttura identica a chi ne ospita 150….e così via. Questo  vale per tutte le professionalità richieste dal bando,  psicologo, assistente sociale, mediatore linguistico ecc, inoltre alcune di queste risultano essere assolutamente anomale e immotivate. Sono condizioni che incentivano inevitabilmente i grossi soggetti che tendono ad accogliere e concentrare tante persone escludendo di fatto le accoglienze più piccole che nell’esperienza di questi anni si sono distinte per maggior professionalità e miglior cura del rapporto fra persone accolte e comunità di riferimento. Un errore evidente. Il modello standardizzato e accentrato nella politica di accoglienza è perdente sotto tutti i punti di vista e si pone in contraddizione netta con quanto affermato da sempre dal Ministro Minniti, fautore (per adesso solo a parole) di un modello diffuso, maggiormente rispettoso dei rapporti di prossimità. Non si capisce quindi perché si è deciso di adottare questi criteri, se la necessità era quella di rendere più performanti le accoglienze e spendere meglio i denari investiti il modello chiaro era lo SPRAR.  Le Prefetture sono in chiara difficoltà perché si trovano ad agire con disposizioni che non possono tradire ma che sanno essere profondamente sbagliate. Le reazioni sono diverse. Ci sono Prefetture che prendono tempo sapendo tuttavia di non potersi muovere fuori dai confini tracciati dalle indicazioni ministeriali, altre stanno già predisponendo gli atti procedendo nella direzione tracciata dal Ministero. I nostri riferimenti sono la Prefettura di Alessandria e, per ruolo guida naturale, quella di Torino. Ma non chiediamo a loro quel che non possono fare, chiediamo alla politica in questo avvio di campagna elettorale di spendersi per una causa utile: stoppare il Ministero, farlo ragionare, riscrivere le specifiche tecniche dei capitolati in modo che decolli una volta per tutte in Italia quel modello diffuso che ha già dimostrato di saper rispondere ai bisogni di tutti.

Ci rivolgiamo al Ministro Minniti, dalle interviste si passi ai fatti. E alle amministrazioni comunali, che dialoghino con le Prefetture per affrontare questi problemi. Meno uso improprio dei social network, più attenzione alle “cose” che contano.

Il giorno dello Chagall

Che cosa sia davvero un progetto culturale è un tema su cui si è dibattuto, troppo poco forse, in campagna elettorale. Vero è che nessuno su questi argomenti può vendere verità assolute, ma altrettanto vero è che un senso a quello che si fa dovrebbe essere sempre dettato. Almeno abbozzato. Non voglio addentrarmi nelle diverse letture che nella storia sono state date al rapporto cultura/economia. Tuttavia sarebbe bene che si tornasse a parlare di questi temi, nella nostra città, anche correndo il rischio di apparire noiosi o fuori dal mondo, anche se nel mondo in realtà di queste cose si discute eccome. Con il risultato poi di avere meno ragioni di stracciarsi le vesti di fronte agli eventuali tristi destini di marchi storici tradizionali. Con responsabilità per tutti, nessuno escluso.

Cultura ed economia sono legate. Ma, più la cultura è in grado di rendersi autonoma e indipendente, di legarsi alle vocazioni territoriali per esaltarle, rinnovarle, cambiarle anche, più il processo di crescita della comunità di riferimento ne trae benefici, anche in termini di sviluppo complessivo del tessuto sociale ed economico.

Di queste cose non parliamo mai, forse se ne parlava una volta, non lo so. Certo è che da altre parti si ragiona su questi temi. Se a Pavia hanno organizzato I Longobardi un motivo c’è e l’hanno analizzato e dibattuto in tre anni di lavoro prima di offrire una mostra che ha avuto un successo straordinario ricollocando la città nel panorama culturale e turistico non solo del nord Italia. Se in Sardegna lavorano da anni sulla civiltà nuragica e sul Mediterraneo come snodo di popoli e culture anche qui un altro motivo c’è, e sta nella necessità di uscire dall’isolamento, riaffermare un’identità culturale e aprirla ad una dimensione ampia di rapporti che supera i confini nazionali. Partire da quel che si ha per affermare qualcosa di diverso, per aggiungere valore, per determinare un posizionamento delle città, una rete di relazioni urbane ed extraurbane, una proposta che offra prospettiva sia in termini di coscienza collettiva che di rilancio sociale ed economico del territorio.

Spiegateci per favore il senso di Chagall ad Alessandria, dello sfacciato sponsor Iren, di questo essere periferici a tutto, addirittura ad Acqui Terme (con tutto il rispetto per Acqui alla quale dovremmo legarci ma con progetti di respiro profondo), spiegateci il nesso fra le vocazioni alessandrine e Chagall, diteci qualcosa per favore.

Tardivamente, ragionammo con i direttori dei musei italiani (e non solo) dedicati al tessile sulla prospettiva del Museo Borsalino e sui legami possibili con la moda italiana oggi, sugli interessi convergenti fra marchio, giovani stilisti, oro di Valenza, filiera del lusso, tema complesso e tutto da verificare sotto molti punti di vista. Era aprile 2017. Era campagna elettorale? Forse anche. Ma esprimeva la necessità di iniziare a scrivere un progetto di lungo periodo per una città che se continua a ragionare al ribasso è destinata a perdere ulteriori posizioni. Nessuno incolpa nessuno sulla vicenda Borsalino, sia chiaro, non voglio strumentalizzazioni, né in un senso, né nell’altro. Vale come esempio. Ma se vogliamo invertire la rotta ed evitare di soffrire di altre situazioni simili occorre svegliarsi. Tutti, ad ogni livello istituzionale, parlamentari compresi, noi idem, io compreso.

E questo è pure il senso del nostro voto contrario sul Documento Unico di Programmazione proposto dalla Giunta ieri in consiglio comunale. Un documento in cui non c’è l’ordine di priorità, in cui non si percepisce un’anima. In cui non c’è un disegno su come riconnettere Alessandria ai corridoi territoriali che contano. A colpi di “normalizzazione”, termine di moda a Palazzo Rosso, non si va distanti. E lo diciamo noi che siamo stati costretti e abbiamo scelto di lavorare cinque anni per riportare normalità da quelle parti. E abbiamo perso. Lo diremo fino alla noia ai “normalizzatori” di Palazzo Rosso: ragioniamo assieme su un progetto di prospettiva, noi siamo a disposizione. Non alle condizioni che ci avete offerto in questi confusi sei mesi.

 

 

Non abbandonate il progetto di riqualificazione del lungofiume!

Prof. Luigi Nosenzo (Università di Pavia)

Ultimato e inaugurato il ponte Meier, abbellito il lungo-Tanaro con la risistemazione dell’area verde oggi denominata Parco Italia, resta ancora un vistoso problema da risolvere in loco: è praticamente impossibile accedere al letto del fiume!

Dalla passeggiata del Parco Italia si osserva una grande varietà di uccelli  occupare l’alveo del fiume, aironi, gabbiani, anatre, cormorani, ecc.. oltre a centinaia di piccioni. Sono lì perchè ci arrivano volando, beati loro! I pescatori e i cittadini, che le ali proprio non le hanno, sono stati invece estromessi. Ci riferiamo in particolare alla zona a valle del salto d’acqua presente sotto il ponte, che, fino a pochi anni fa, era, per antica tradizione, un punto di riferimento dei pescatori alessandrini.

A valle del ponte Meier, in sponda destra, per accedere all’alveo del fiume occorre oggi scavalcare il muretto di protezione dalle esondazioni che dal ponte prosegue fino all’altezza di via Poligonia, agli Orti. Tale muro, alto più di un metro sul piano stradale nel lato verso il Parco ed anche di più in quello verso il fiume, è privo di aperture o di strutture che ne permettano il normale, agevole e sicuro superamento. La maggior parte di coloro che ambirebbero scendere lungo il fiume ci rinunciano. Altri, giovani ed atletici, scavalcano il muro senza porsi problemi. Altri ancora, meno prestanti, utilizzano una scaletta in ferro fissata verticalmente contro il muro all’altezza della testata del ponte. Per superare poi la scoscesa riva spondale sottostante, in quel punto alta quattro o cinque metri sul primo ripiano sottostante, ci si aiuta con una fune di ignota origine e consistenza che qualcuno ha attaccato al piede della scala. Roba per scalatori improvvisati. In caso di incidente l’Ospedale è assicurato. Salvo, prima, richiedere l’intervento dell’elicottero della Protezione civile per portarli via dall’alveo ……

Sulla riva opposta, la situazione è disperata. Lì il muro di protezione spondale rimane sempre alto almeno cinque o sei metri sul primo ripiano sottostante. Nei pressi del ponte, contro il muro, al disotto del parapetto è fissata una scala verticale priva di qualunque dispositivo di accesso e di protezione anticaduta. Utilizzata da gente inesperta, con gli stivali nei piedi e le mani occupate da canne da pesca ed altri oggetti ingombranti, come succede oggi, questa scala rappresenta un pericolo mortale!

In questa situazione, la Federazione Italiana dei pescatori Sportivi (FIPSAS) di Alessandria va richiedendo da tempo l’assunzione di provvedimenti per creare accessi al fiume nel tratto cittadino, se non altro per venire incontro alle assidue richieste dei proprii iscritti, che vorrebbero poter accedere al fiume al fine di esercitare la pesca, come loro diritto, visto che pagano la licenza e visto che oltretutto la FIPSAS rileva (a pagamento) i diritti esclusivi di pesca in vigore su tutta l’asta cittadina del fiume.

L’Ente preposto alla soluzione del problema è il Comune. Si tratta in definitiva del completamento della sistemazione di tutta l’area che gravita intorno al Ponte Meier, già affrontata dall’Amministrazione comunale nell’ambito del Progetto Integrato di Sviluppo Urbano (Pisu). La nuova Amministrazione comunale, attraverso l’assessore ai Lavori Pubblici Giovanni Barosini, ha recentemente rinnovato e ribadito la disponibilità a considerare il problema. Facendo seguito ad un successivo sopralluogo sul posto, sono state avanzate alcune proposte. Si spera che esse vengano accolte e magari inserite in un Progetto più generale di utilizzazione e fruizione pubblica (a chilometri zero!) delle aree golenali dei fiumi Tanaro e Bormida a ridosso della Città, coinvolgendo aspetti in tema di ambiente, sport e tempo libero. Un progetto di cui ci si augura che l’Amministrazione colga l’importanza e accetti di farsene promotrice, chiamando a raccolta tutte le realtà cittadine interessate. Noi ci prenotiamo fin da adesso!

 

Due parole sul futuro presidente AMAG Mobilità

di Angelo Marinoni

La vicenda AMAG mobilità è importante perché va oltre i confini della città di Alessandria: come spesso accade fra i due fiumi si realizzano momenti importanti del vivere collettivo senza che la comunità in cui si manifestano se ne renda completamente conto.

A parte il fatto che molti si ricordano del fatto che Alessandria è stata una delle poche città del Nord a dichiarare il dissesto e pochi si ricordano che è stata l’unica a uscirne con le sue sole forze, fatto non banale ma conseguente l’italiana caratteristica di prendersela con il termometro invece di guarire la febbre, in Alessandria si è dimostrato che il modello perdente e inefficace di società di diritto privato e capitale pubblico è superabile ed esistono strade che se percorse possono portare al non impossibile risultato di rendere il mercato strumentale al benessere collettivo e non la comunità strumento del mercato per il suo solo prosperare.

Atm è stato efficace (meno efficiente) azienda pubblica fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso poi, seguendo l’iter che hanno seguito le sue omologhe è diventata azienda speciale e società privata di capitale pubblico. Essendo una società di diritto privato poteva fallire e lo ha fatto in conseguenze a scelte sbagliate nell’azienda e, soprattutto, scelte molto sbagliate dell’ente proprietario, il Comune, dall’inizio del secolo ai primi anni di questo decennio.   

Su come siano andate le cose e come l’Amministrazione Rossa sia riuscita a risolvere il grave problema non mi ripeto limitandomi a riportare ancora una volta il link che descrive la cronaca di quanto è avvenuto, non l’opinione, la cronaca. (https://democraticieriformisti.wordpress.com/2017/04/15/giorgio-abonante-la-vicenda-atm-e-la-nuova-amag-mob-trasparenza-rilancio-occupazione/)

Resta ignorato il fatto che in Alessandria si sia dimostrato che la soluzione di servirsi del mercato invece di esserne vittima esiste e funziona: il socio di maggioranza di AMAG mobilità sta operando e ha restituito insieme alla scorsa amministrazione la prospettiva di medio-lungo periodo al trasporto pubblico della conurbazione alessandrina (per buona pace di Agenzia Mobilità Piemontese che allo stato lo nega ancora di conurbazione si tratta).

E’ un passaggio pilota essenziale di cui essere orgogliosi in quanto una delle poche realtà in cui è stato possibile e funziona offrendo ottime prospettive, molte delle quali ancora da cogliere.

Il ruolo, quindi, del nuovo presidente di AMAG sarà fondamentale perché dovrà essere il portatore delle istanze del territorio nel doppio ruolo di vigilante e collaboratore del partner privato: in questo contesto occorre quindi una personalità formata che conosca bene le peculiarità e le esigenze di una città che ha il sistema trasporti nel suo DNA e continua a ignorarlo inseguendo dei provincialismi come il parcheggio in centro o la maldestra vicenda della velocizzazione dei collegamenti con Milano, istanza condivisibile, ma che deve essere contestualizzata essendo almeno a conoscenza di quale tipo di produzione sia programmata attualmente, quali gli attori e quali gli obiettivi.

AMAG mobilità dovrebbe avere un ruolo cardine  nella vicenda della riprogrammazione, uscire dalla logica del solo trasporto pendolare per diventare lo strumento di mobilità preferenziale di tutte le categorie di viaggiatori: pendolari, occasionali e sistematici; per farlo occorre una figura che si faccia interprete delle esigenze del territorio, non di singole categorie, e le sappia razionalizzare e quindi mediare con i programmatori, allo stato in AMP, e gli esecutori, la direzione privata di AMAG mobilità che sicuramente è in grado di attuare e rendere funzionali le istanze che gli verrebbero proposte.

In questo contesto è opportuno che il principale protagonista del sistema di mobilità dell’area metropolitana alessandrina abbia una guida politica cosciente del territorio e delle sue esigenze e potenzialità: resta prioritario il riconoscimento della conurbazione Alessandria – Valenza, come l’inserimento delle stazioni ferroviarie del capoluogo nel sistema tariffario lombardo con una vera integrazione tariffaria fra sistemi di mobilità, anche razionalizzando in modo che per la stessa frazione non passino tre strati di servizio con differenti politiche tariffarie mentre in un’altra ci si riduca al sistema eccobus (fra l’altro tutti considerano buoni i dati di frequentazione del servizio eccobus, ma confrontati con quelli che otterrebbe un sistema di trasporto tradizionale e la relativa efficienza che ne deriverebbe sull’effetto rete, io li trovo sufficiente a rivedere completamente il sistema).

Resta da capire se si intende programmare un sistema di trasporto pubblico competitivo rispetto al trasporto privato o solo efficientare quello attuale considerandolo un complemento della mobilità privata preponderante: personalmente trovo la seconda ipotesi quantomeno scellerata.

Ridotta la speranza che la città di Alessandria comprenda ciò di cui è capace, resta quella verso la creazione di una classe dirigente fattivamente interprete delle potenzialità di questo territorio.

Un funerale simulato per scongiurare quello vero!

di Daniele Iglina – Partito Radicale

È questo il senso dell’iniziativa che avrà luogo domenica 3 dicembre dalle ore 15,30 quando un “corteo funebre”, bara in spalle, attraverserà le vie del centro alessandrino per informare tutti i cittadini che se il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito non dovesse raggiungere quota 3000 iscritti entro il 31/12 sarebbe costretto alla chiusura, così come previsto dalla mozione congressuale approvata a Rebibbia.

Le esequie sfileranno per ricordare ai cittadini l’urgenza di salvare le tante battaglie che il Partito Radicale ha condotto e sta conducendo: dagli Stati Uniti d’Europa, alla battaglia sulla Giustizia Giusta, a quella per il diritto Umano alla Conoscenza, lotte che scomparirebbero se il partito non raggiungesse quota 3000 iscritti.

Il corteo partirà da Piazzetta della Lega alle ore 15,30.

Per info e iscrizioni: http://www.radicalparty.org/it e http://iscrizione.partitoradicale.it/

 

Le modifiche al regolamento per l’assegnazione degli alloggi di riserva per l’emergenza abitativa

La posizione e il contributo del gruppo consiliare del Pd

Nei giorni scorsi è stato dibattuto e votato in aula il nuovo regolamento per l’assegnazione delle case per emergenza abitativa. La maggioranza ha voluto introdurre un criterio fortemente premiale per anzianità di residenza nel Comune di Alessandria con punteggi a crescere. Meccanismo a nostro giudizio di dubbia legittimità perché non previsto della normativa regionale ma, soprattutto, penalizzante per chi vive una vera condizione di disagio.

Noi avevamo un obiettivo chiaro da raggiungere ed era quello di iniziare a introdurre nel sistema regolamentare comunale il riconoscimento di due condizioni purtroppo crescenti nella società odierna: genitori separati o divorziati che vivono soli e donne vittime di violenza. Riteniamo che, quando si parla di diritti sociali, se si vuole costruire una comunità più sicura e più coesa, si debba partire da un approccio pragmatico che, se manca, rischia di portare il decisore pubblico a introdurre dinamiche esclusive. I bisogni emergenti devono essere per prima cosa conosciuti e, per questa ragione, avevamo chiesto di costituire un gruppo di lavoro Comune, Osservatorio, Cissaca proprio per studiare i dati sulle nuove povertà in Alessandria. Richiesta respinta dalla maggioranza che ha preferito arrivare in aula con un provvedimento di fatto ideologico.

Ci siamo rifatti ai dati riportati dall’Istat e da Caritas per avere conferme su quanto vediamo purtroppo tutti i giorni.

La difficile situazione sociale determinata dalla crisi economica è resa più pesante in Italia da “gravi e crescenti difficoltà derivanti purtroppo dalla rottura dei rapporti coniugali, sia a livello occupazionale sia abitativo”. Già nel ‘Rapporto 2014’ della Caritas sulla povertà e l’esclusione sociale intitolato ‘False partenze’, il 66,1% dei separati che si rivolgono alla Caritas dichiara di non riuscire a provvedere all’acquisto dei beni di prima necessità. Prima della separazione erano solo il 23,7 per cento. Rispetto al pre separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42% in affitto, la situazione nel post separazione risulta decisamente alterata. Dichiara di aver cambiato abitazione l’87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne.

Dati che trovano conferma nella sezioneIndicatori di separazioni dei coniugi per anno in Piemonte”

http://www.istat.it/it/piemonte/datiqt=gettable&dataset=DCIS_SEPARAZIND&dim=5,0,0&lang=2&tr=0&te=0

Altra condizione di disagio purtroppo crescente è quella delle donne vittime di violenza, anche qui ci rifacciamo alla fonte Istat: vittime di reati di stalking e violenza sessuale, 80% donne, 90% donne. Con buona pace di quella parte di destra della maggioranza che voleva emendare il testo riconoscendo parità tra uomo e donna vittime di violenza. Assurdo. Ma occorre riconoscere che Lega e Forza Italia hanno mostrato equilibrio e fermezza bocciando la proposta.

Riassumendo, il gruppo PD ha mediato con la maggioranza, astenendosi sul provvedimento generale, per segnare un primo ma significativo passo avanti nel provare a dare risposte a queste due categorie di persone, cittadini in difficoltà prima ignorati dal “Regolamento emergenza abitativa”. Pensiamo di aver dato il nostro contributo affinché il provvedimento uscisse dall’aula anche con qualche elemento migliorativo.

 

 

GTT – ATM, in Italia contano solo le grandi città. Le altre si devono arrangiare.

La vicenda GTT la dice lunga sullo stato dei rapporti fra autonomie locali, città metropolitane, Regioni e Stato nel nostro Paese e il tempismo con il quale riprende vigore l’amore per le Regioni suscita, in chi come il sottoscritto ha vissuto direttamente la vicenda di un Comune in dissesto, un sentimento di disaffezione difficile da metabolizzare.

Un clima che si alimenta anche della retorica, a questo punto la considero così, con la quale il Legislatore ha imposto da molti anni ormai conti in ordine per le Società partecipate dai Comuni, Comuni ai quali è stato negato (correttamente, a mio giudizio) di ripianare situazioni comatose. Tutto giusto, in teoria. Ma incoerente se si guarda il totale strabismo con il quale il sistema istituzionale valuta le crisi societarie pubbliche di periferia e quelle del centro, laddove per centro intendo le aree metropolitane, le aree che contano. E non è solo una questione etica, lo è anche, è pure una questione politica e pratica. Politica perché in questo modo si comunica distanza fra centro e periferia, pratica perché si tende a perpetuare l’inefficienza e l’inefficacia di soggetti societari e modelli organizzativi che non hanno più nulla da dire.

Consiglio a tutti di leggersi la vicenda di ATM (tpl) di Alessandria e rapportarla all’eventuale, goffo e dispendiosissimo tentativo di salvataggio di GTT (sempre tpl).

La vicenda di ATM, per chi è interessato, è raccolta in http://www.giorgioabonante.it/blog/la-vicenda-atm-e-la-nuova-amag-mob-trasparenza-rilancio-occupazione.html

e, per non annoiare quei pochi che leggeranno, non sto ad elencare le innumerevoli interlocuzioni con la Regione Piemonte che pure ci aiutò anticipando risorse che peraltro avrebbe dovuto liquidare, garantì sostanzialmente l’accelerazione di pagamenti comunque dovuti.

Da quel che si legge sui giornali il Comune di Torino restituirebbe il debito verso la sua partecipata Gtt, che ammonta a 27,4 milioni, a rate in dieci anni, senza sapere cosa sarà di Gtt in futuro. 27 milioni che forse non basterannono per mettere al sicuro l’azienda del trasporto pubblico, visto che Gtt al 31 dicembre scorso aveva debiti per oltre 500 milioni. L’unico socio di Gtt è il Comune di Torino. E la Regione e lo Stato cosa fanno? Mentre dicono di non poter aiutare le altre aziende in difficoltà sparse sul territorio sembrerebbero d’accordo nell’intervenire per salvare l’insalvabile.

Senza pregiudizi, va benissimo l’intervento dello Stato in certe situazioni, ma deve valere per tutti e a condizione che si ribaltino i modelli aziendali fallimentari.

(Stessa morale per i continui rocamboleschi salvataggi di Roma, realtà amministrativa da azzerare e ricostruire e invece mantenuta in un’eterna e deresponsabilizzante agonia.)

Comunque, ad Alessandria ci siamo presi le nostre responsabilità e oggi esiste una società con conti in ordine e modelli organizzativi decisamente cambiati. Certo, con l’intervento generoso dello Stato e della Regione avremmo fatto di più e meglio. Ma tutto sommato è stato meglio così, nel senso che forse Alessandria non commetterà più gli stessi errori commessi in passato.

Questa è una delle ragioni per cui un’eventuale rinnovata autonomia delle Regioni ha bisogno una direzione equilibrata da parte dello Stato e dalle fonti normative di rango superiore per collegarsi ai vuoti quesiti referendari di moda ultimamente.

Diversamente, continuerà a vigere la legge del più forte e poco altro. Una triste lezione politica.